Era il 2020, l’anno in cui tutto sembrava sospeso. In mezzo alla pandemia, al silenzio delle città vuote e al rumore delle paure collettive, Papa Francesco pronunciava queste parole durante il Festival della Dottrina Sociale. Il tema era profetico: “Memoria del futuro”. In quel momento, non andava tutto bene. E il richiamo a “come stavano le cose prima” diventava rifugio per molti.
Quando l’incertezza prende il sopravvento, ci viene naturale aggrapparci a ciò che conosciamo: al passato, al “si è sempre fatto così”. Ma la nostalgia, ci ricorda il Papa, può diventare una trappola. È un desiderio struggente di tornare a qualcosa che non esiste più, una comfort zone che ci blocca, ci irrigidisce e ci toglie creatività. Anche nella Chiesa.
Cosa succede, invece, quando torniamo alla memoria? Non per restare fermi nel passato, ma per ritrovare il senso profondo di chi siamo. Papa Francesco cita il pensatore russo Ivanov: “Solo ciò che Dio ricorda esiste davvero”.
La memoria di Dio non è nostalgia, ma radice viva. È il cuore che ricorda di essere amato e chiamato ad amare. È da lì che può nascere un desiderio che guarda avanti, che apre strade, che genera processi, anche se saranno altri a raccoglierne i frutti. Essere Chiesa oggi, ci dice il Papa, significa proprio questo: lasciarsi guidare da uno sguardo creativo, da un cuore che osa immaginare, senza farsi bloccare da quello che era, ma aprendosi a ciò che può essere.
E proprio in quell’anno, nel tempo della distanza e del silenzio, nelle parrocchie di San Giovanni Lupatoto ha iniziato a farsi spazio un sogno. Un desiderio, fragile ma tenace, con radici profonde e voglia di dare frutto anche oltre i confini conosciuti. Ci siamo fermati ad ascoltarlo. Abbiamo iniziato a interrogarlo, a dargli un nome, a chiedere se venisse davvero dalla memoria di Dio. E così abbiamo cominciato a pregare su questo sogno.